01/10/2002 prima della lezione di Arti marziali, il Maestro dà una risposta globale ed esaustiva ad una domanda postagli da un allievo circa le forme di Buddhismo in cui si recitano Mantra:
“Ultimamente mi è capitato di sentire di persone che hanno praticato queste forme di Buddhismo e molte di esse sono entrate in una crisi e in ricerca. La recitazione del Mantra è assimilabile alla Pratica Devozionale; un po’ come nella nostra tradizione si recita il rosario: ricordo mia nonna, un grano per volta, e poteva andare avanti per diverse ore.. ovviamente non è proprio la stessa cosa. Eppure anche la parola “Amen” è un Mantra e le mani giunte sono un Mudra. Ci sono molte iconografie di Cristo, o dei Santi, con mani atteggiate a Mudra. Ma perché definisco questa pratica Buddhista “Pratica Devozionale”? Perché è sufficiente avere Fede, affidarti alla recitazione del Mantra o del Nome (per esempio come nell’amidismo, in cui si recita “Namu Amida Butsu”, il nome di Buddha Amida, o un mantra come "Namu-Myo-Ho-renge-Kyo"). Quando la Pratica ha questo tipo di orientamento è più facilmente comprensibile ed avvicinabile dalle moltitudini. Nel nostro contesto, per esempio, può essere la preghiera piuttosto che avere un atteggiamento di indagine, come era per San Tommaso; ma San Tommaso è infatti definito uno dei padri della chiesa e non viene portato come modello per le moltitudini. In Giappone lo Shin, il Jodo o associazioni come la Soka Gakkai sono diffusissime e hanno moltissimi seguaci. Lo Zen ha influenzato profondamente la cultura giapponese nei secoli, ma è meno diffuso come pratica e via individuale di realizzazione spirituale, perché per lo Zen non basta aver fede ma bisogna avere volontà, spirito d’indagine per poter arrivare fino al punto in cui puoi realmente vedere ed a quel punto il vedere coincide coll’essere. Ci sono stati ovviamente dei periodi di sincretismo religioso fra lo Zen e lo Shin o il Jodo ma vi erano ragioni storico-politiche e sociali per questi fenomeni, ed i commenti dei Maestri Zen dell’epoca erano “cerca di vedere chi è che recita il nome di Buddha”. Vedere chi è che recita vuol dire vedere nella propria Natura Originaria e vuol dire divenire un Buddha. Dunque con queste frasi il Maestro usava “UPAYA”, ovvero un mezzo idoneo per allargare l’orizzonte del praticante di Jodo o di Shin. Difatti la particolarità di un Maestro Zen è di non effettuare mai una chiusura davanti all’altro poiché egli è uno specchio che riflette quello che tu sei. Un Maestro può scegliere di usare “KARUNA”, o Compassione e scegliere di “velare” in parte il proprio specchio perché la persona potrebbe non sopportarlo. In realtà anche quando sembra effettuare una forzatura, il Maestro non sta realmente forzando poiché segue le Circostanze, inoltre non mette Io Individuale nel suo manifestarsi e l’altro questo lo sente. In questo senso si dice che lo Zen è un “non insegnamento” nel senso che il Maestro non dona il frutto del proprio Io personale. Egli è un mediatore della Via, proprio per la sua natura di specchio. Più Io Personale c’è in questo specchio meno Maestro c’è, e qualora il Maestro decida di usare l’Io Personale nell’insegnamento lo usa per mostrare che è un Riflesso generato dalla luce della Via, e il fine ultimo non è seguire o legarti al riflesso ma bensì portarti verso quella luce. Il Buddismo è Sambodhi, in sanscrito sarvajnata; la Thalità, la medesimezza è la realtà che prende Consapevolezza di se stessa. L’Io è una parte del processo riflesso che porta alla consapevolezza, ma non è la Natura dello Specchio. Inizialmente Buddha non aveva cominciato la sua ricerca per fede ma per Spirito d’Indagine: egli ebbe una vita lunga e molte esperienze che tutte erano karmicamente destinate a portarlo verso l’Illuminazione, ma non la raggiunse recitando un Mantra, bensì sedenso in Zazen sotto un’albero e vedendo la prima stella del mattino, Venere. Vedendo, quindi una esperienza sensoriale. La sua ricerca era per vedere, trovare, capire. Questo è lo Spirito del Buddha, e lo Zen è la pura trasposizione di tale Spirito d’Indagine. Non è certo però pensabile portare avanti una tale ricerca con un minimo sforzo. Buddha viene chiamato il Vittorioso, il Conquistatore era discendente di una stirpe di principi guerrieri. Non è certo pensabile quindi affrontare un tale cammino con uno sforzo minimale.
Diversa cosa è la “Salvazione”, e qui il Buddismo Devozionale ha il suo ruolo: si effettuano delle pratiche per potersi salvare, si orienta la propria mente positivamente, si agisce seguendo una certa condotta. La Forma “SVARUPA” della Mente “CITTA” è una cosa alla quale dobbiamo porre attenzione. Perché dobbiamo stare attenti alle esperienze di vita che facciamo e all’atteggiamento mentale che abbiamo? Perché la Mente prende la forma di ciò che ha davanti. Ma la Mente nella sua natura non è contaminata, eppure pensate alla condizione di una persona nella cui mente persiste un sentimento d’odio, oppure un risentimento nei confronti della Vita. Se uno così pratica sta male perché crea le condizioni affinché la Mente possa osservare se stessa. Si dice che gli occhi non possano guardare se stessi se non attraverso l’aiuto di uno specchio. La Meditazione è lo specchio della mente: la meditazione è la dinamica tramite la quale la Mente osserva la Mente. Se una persona ha una stasi in una condizione mentale negativa soffre nello zazen perché la vede e vedendola pensa di essere in quel modo, e questo accade perché ha una autovalutazione sbagliata e negativa di sé, ma è probabilmente l’unica possibile in quel momento della sua vita. Dunque siamo andati molto lontano ma chiudo lasciando la domanda: “Allora come si può aiutare una persona così?”.

08/10/02 Il Maestro riprende l'intervento della lezione dello 01/10/02: "Riallacciandomi al discorso sul Buddhismo Mantrico, queste scuole creano dei gruppi per accorpare le persone. Con questo metodo la Soka Gakkai in Giappone ha fatto milioni di proseliti. Lo Zen in questo senso è molto diverso: innanzitutto non vuole "acchiappare" nessuno. Infatti per tradizione è la persona che chiede di essere introdotta alla Pratica, e lo chiede in genere più volte. Infatti, se il Praticante viene, è assolutamente per libera scelta, se pratica è per libera scelta, e lo scopo di detta pratica è quello di farne un uomo libero, tanto più da questi meccanismi. La condizione fondamentale è dunque una richiesta, e, se la persona anche ha un reale interesse ma non una reale capacità, probabilmente non riuscirà nella Via dello Zen. Lo Zen è una scuola di metidazione elitaria; chi sostiene il contrario lo fa per motivi strumentali. Per praticare lo Zen bisogna avere grande capacità, poi una grande volontà, costanza e "fede", non nel senso di fede religiosa, bensì di Fede nella Natura dell'Uomo, una sorta di fiducia nella propria Natura Originaria. Altra cosa è come lo Zen, pur nel suo elitarismo, possa aiutare globalmente le persone, il mondo circostante. Se voi praticate bene, il vostro cuore cresce e potete in questo modo aiutare gli altri. E' come se, stabilizzato il vostro centro, gli altri sentano meglio il proprio. Inoltre non bisogna mantenere posizioni rigide: il cuore delle persone cambia all'interno di una giornata, pensiamo poi nel corso d'una vita! Ad esempio: se una persona ha un cuore puro e siede in Zazen anche una sola volta quella esperienza farà sorgere in lui una eco positiva, delle riflessioni, lo aiuterà nella vita. Ma ora io parlo dello Zen come "Via". Certo sono molto perplesso circa tutti questi centri che aggregano tante persone e mi viene da considerare che, come mi diceva nel suo italiano stentato un mio Maestro cinese, "forse quando la Pratica è molto facile non è giusta: difficile forse sì". Inoltre, sovente questa pratica ha aspetti strumentali: la si fa per chiedere soldi, salute, successo nelle relazioni personali, nel lavoro. Tempo fa ho seguito, presso l'Università La Sapienza di Roma, l'intervento di Chogyal Namkai Norbu, maestro di Dzogh Chen, una tradizione tibetana che presenta alcune analogie collaterali "sostanziali" con lo Zen, e lui diceva, discutendo delle capacità delle persone all'interno delle pratiche Mahayana ed Hinayana, che "Se insegno ad un pappagallo un mantra, lui lo ripeterà". Dunque non è tanto difficile. Nonostante ciò, non bisogna essere critici solo in negativo; i Mantra hanno una funzione importante: risvegliano il corpo sottile, aiutano la salute, sbloccano il mentale; ma recitare un Mantra per auspicare denaro o ricchezze e chiamarlo poi "Buddhismo", questo è una offesa al nome del Buddha e del suo insegnamento. La Soka Gakkai nasce dalla parte laica della scuola Nichiren, il quale Nichiren era a sua volta un ex-seguace del Tendai. Inoltre, in presenza di fraintendimenti generati dalla evoluzione delle scuole, o dalla loro degenerazione in organismi settari temporali, se si desidera reinterpretare correttamente il senso ultimo dell'insegnamento che le ha ispirate, è necessario risalire all'inizio della Via e guardare direttamente al suo Fondatore: se vuoi sapere quale sia la Strada del Cristianesimo, leggi ciò che disse Cristo. Buddha non ha mai detto "Recitate il Mantra per avere soldi"

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