Il Maestro Tiberti in Zazen

 

Ricordo che il Maestro, qualche anno fa, non mi diede il placet per fare Zazen. Mi permetto di ripetere una sua frase che mi sforzo di rammentare sempre: "Nessuno può sedere in Zazen al vostro posto".
Zazen è una esperienza reale e pura, la cui purezza e durezza può
fare anche grande paura, inoltre lo Zen, come dice il Maestro, non è una alla portata di tutti e non è per tutti.Nel mio piccolo posso dire che sicuramente
incontrare un Maestro Vero nella propria vita è già una grande cosa ed una possibilità che non a tutti viene concessa. E' per questo motivo che ho cominciato a raccogliere i Sanzen (ovvero le parole del Maestro durante la Pratica di Zazen, n.d.r.) del Maestro: in essi è ravvisabile lo spirito della Via, vivo e pulsante.

 

SANZEN DELLA SESSHIN DI PASQUA 2002

Seconda giornata durante Sarei (cerimonia del tè, n.d.r.): "La qualità del nostro zazen la possiamo vedere quando ci "muoviamo" e nel modo in cui ci "muoviamo" "- ("muoviamo" inteso come modalità globale ed integrata di espressione del complesso Energia- Mente- Corpo nell'esistenza quotidiana, n.d.r.)

Terza ed ultima giornata: "Oggi ultimo giorno della sesshin: in questi tre giorni abbiamo compiuto uno sforzo, non è cosa da poco.
Dobbiamo essere fieri di quello che abbiamo fatto, ma tramite questo
sforzo comprendere quanto ancora c'è da fare. Dunque dobbiamo essere fieri ma umili per migliorare nella vita, per portare la Pratica nella vita, portarvi lo spirito di Zazen ("Zazenshin".
, n.d.r.)

 

SANZEN DELLO 09/06/2002

"L'ideogramma simboleggiante lo Zazen rappresenta due uomini seduti su un cuore. Chi sono questi due uomini? Sono Io ed Io. Rinzai, fondatore della nostra scuola, parlava di Uomo Vero senza Titoli. Chi è questo Uomo Vero senza Titoli, che è seduto su questa massa di carne e sangue rossi? Gli allievi non capivano, allora Rinzai emetteva il suo "Kwats" (Kiai del Maestro, n.d.r.): "Capite-diceva-,sentite ora?".

 

Ventaglio con trascrizione in Ideogrammi del Hridaya-Sutra o PrajnaParamita-Sutra, donato a Gianfranco Tiberti dal suo primo Maestro, Okayama Sensei, durante il suo viaggio in Giappone. Questa versione del Hridaya-Sutra consta di moltissimi ideogrammi e rappresenta il compendio di 600 Libri. E' il Sutra più importante dello Zen: in italiano, "Sutra del Cuore della Saggezza Suprema".

 

 

 

SANZEN DELLA SESSHIN DELLO 01-02-03/11/2002

 

Sanzen 01/11/2002:

"Oggi primo giorno della Sesshin. Non è stato facile venire qui: ci siamo dovuti organizzare, spostare delle cose per il lavoro, chiedere dei permessi, o dei favori. Allora utilizziamo bene questo tempo per praticare."

 

Sanzen 02/11/02 durante "Sarei":

"Nella cerimonia del tè esistono dei principi fondamentali: Kei, Rei, Jaku, Wa. “Wa”: Armonia lo stesso kanji presente nello stile Wadoryu del Maestro Otzuka. Questa condizione di Armonia, che durante Zazen ci riesce più facile ritrovare, dovremmo sforzarci di portarla nella vita. Perché quando siamo in Zazen diviene più facile poi muoversi in maniera naturale? Lo stesso gusto del tè che prendiamo in Sarei è diverso da un normale tè che berremmo nella vita di tutti i giorni: questo perché l’esperienza di Zazen porta verso la pienezza dell’Esistenza e dunque ci immergiamo, anche nel bere il tè, completamente in quello che stiamo facendo. Se una persona è “disunita” non può essere realmente in grado di vivere una esperienza immergendosi totalmente in essa. Zazen ci manda verso una condizione di naturalezza e di armonia. Pensiamo invece, ad esempio, come nella vita di tutti i giorni proprio situazioni in cui si condivide una esperienza insieme, come lo stare a tavola, sono spesso occasioni di lite: molte persone litigano e “discutono” a tavola; tutto questo è molto triste. Allora noi dobbiamo prima imparare a ritrovare questa condizione di armonia nella Pratica, e poi portarla nella vita di tutti i giorni. Il Maestro Suzuki Shunryu diceva “Fare un buon Pane”: per fare un buon pane serve una giusta dose di farina, di acqua, l’uomo che faccia l’impasto, il giusto grado di lievitazione e di cottura nel forno. Se mancano gli ingredienti, non sarà possibile fare il pane, se non seguiamo attentamente ogni fase il pane verrà ma non sarà buono. Originariamente una condizione di armonia nella nostra mente c’è, è già presente, ma, pur essendo già presente, dobbiamo paradossalmente ristabilirla. Quindi possiamo vedere quante cose possiamo imparare anche da una cosa apparentemente piccola come servire il tè.”

 

Sanzen 03/11/2002:

“Esiste una parola in sanscrito “Karma” e letteralmente vuol dire “Legge Causale di retribuzione”. Questo concetto esiste nella cultura indiana già prima del Buddismo. Vuol dire che ogni atto che compiamo produce un effetto. Questa legge, che è anche una legge della Fisica, che scientificamente così bene accettiamo, molto più faticosamente l’accettiamo per la nostra vita spirituale. Zazen ci porta a vedere questa legge: per un pensiero buono ne derivano infiniti pensieri buoni, per un pensiero cattivo ne derivano infiniti pensieri cattivi. Così un atteggiamento negativo può generare tutta una serie di effetti, e così uno positivo. La legge del Karma ci insegna che nessuna cosa è disgiunta da un’altra. La Pratica di Zazen ci mette davanti al nostro Karma. Come sappiamo Zazen ha come simbolo un ideogramma con 2 uomini seduti su di un cuore, che sono letteralmente “Io ed Io”: possiamo vedere, grazie a Zazen, la nostra parte buona e la nostra parte cattiva. Possiamo guardare in faccia la nostra sofferenza. Certamente, ad esempio, il nostro Karma positivo risiede nel fatto di poter essere qui ed avere la possibilità di esperire questa pratica, e ricevere questo insegnamento. Per quanto riguarda la nostra parte negativa, quando la osserviamo, dobbiamo avere la forza di cambiarla. Per comprendere il Karma dobbiamo capire che l’Intercorrelazione tra le Cose: intercorrelazione significa che tutte le cose sono concatenate tra loro, e poiché è così significa che tutte le cose sono vuote; ma occorre comprendere che il concetto di “Vuoto” non significa che non c’è niente. Un giorno il Maestro Hozumi prese un fiore e mostrandolo mi disse: “Questo fiore sboccia dal Vuoto”. La vita stessa viene dal vuoto. Si dice nello Zen: “Dal Vuoto l’Essere Mirabile appare”. Quindi il “Vuoto” è la condizione per cui le cose vengono ad esistere. Poiché esiste il Vuoto voi potete udirmi mentre vi parlo, potete vedere la mia mano se la muovo: questo è “I-Shin-den-Shin”. Nello Zen si parla di Mente Coraggiosa: la Mente Coraggiosa è quella che vede questa negatività in faccia, direttamente e la cambia, agendo risolutamente, senza esitazioni. Non si deve pensare alla sofferenza che proviamo in Zazen come ad una “Automortificazione”; lo Zazen non è questo. Vi leggerò ora poche righe, che furono scritte dal Buddha: “Ma la Sofferenza è solo un aspetto dell’esistenza. Se rimanete nella gabbia della vostra sofferenza non vedrete mai la bellezza del vostro cuore, la bellezza del vostro corpo. Illustri Ospiti, prendetevi un momento”- il momento di cui parla Buddha è Qui ed Ora- “per guardare un ruscello, o i petali dorati di un fiore, o i raggi del sole del primo mattino.”- Lo sguardo del Buddha è uno sguardo infinito, eterno- “Se siete chiusi nella vostra prigione non riuscirete a guardare il mondo con meraviglia, ma per voi vi sarà solo ansia, depressione, sofferenza”. Dunque se siamo chiusi in questa gabbia di cui parla il Buddha, non possiamo provare meraviglia, o gratitudine nei confronti della vita. Il senso ultimo dello Zazen non è soffrire. Venire qui, sedersi, e poi sedere correttamente: è questo; non possiamo pensare “questo dolore finirà” oppure “ora non riesco, lo farò un’altra volta”: questo è attaccamento! Qui ed ora è l’eternità. Non esiste un altro momento diverso dall’ora. Non c’è una occasione simile ad ora. Del resto non potremmo provare una sofferenza che non esista già a priori. E allora vediamo, con questa Mente Coraggiosa, il nostro Karma. Vediamo in questi giorni i terremoti e le sofferenze di quelle persone coinvolte e ci diciamo: “Questo non è giusto; per avere acquisito una piccola briciola di conoscenza ci sentiamo in diritto di sentirci costernati di fronte all’esistenza. L’atteggiamento giusto non è questo, o addirittura un meschino dirsi: “per fortuna non è toccata a me”. Giusto è dire: “Io sono vivo! In che modo dimostro la mia gratitudine per il fatto di esistere?” In che modo siamo grati di essere vivi? Un famoso Maestro, una volta, alla domanda su cosa fosse la gratitudine rispose: “Sedere tutto solo nel mio Tempio”. Questa risposta potrebbe sembrare apparentemente una posizione di egoismo, ma non lo è affatto. Ciò a cui si riferiva quel Maestro era la gratitudine per avere avuto la enorme possibilità di Praticare. La posizione che occupiamo infatti nella vita è legata al karma, e se esso crea le condizioni perché noi possiamo praticare, dobbiamo essere molto grati. Finchè, però, rimaniamo, come dice il Buddha, ingabbiati nella prigione del nostro Io, non lo saremo. Se vuole piovere, piove, se la Terra vuole tremare, trema e se il nostro cuore vuol battere, lo fa, se vuole fermarsi, si ferma. Un giorno il Maestro Daisetz Teitaro Suzuki, trovandosi a Los Angeles per una conferenza, dove le più grandi menti scientifiche dell’epoca si confrontavano sui Massimi Sistemi, intervenne dicendo: “Se ora, solo per qualche secondo, la Terra tremasse forte, che fine farebbero i vostri massimi sistemi?”. E’ l’Oceano della realtà: è insondabile e molto misteriosa la Realtà dell’esistenza. La nostra Esistenza Fenomenica non è eterna e noi dobbiamo essere grati di poter esistere in questa forma umana: è questa forma umana che ci dà la possibilità di capire. Dentro di noi esiste una capacità “autoriflettente”, cioè in quanto essere umani siamo in grado di essere speculari rispetto ciò che avviene dentro e fuori di noi. Il Maestro Hozumi dice: “We have a mirror”, possediamo cioè uno “specchio interno”, tramite il quale abbiamo la capacità di comprendere.”

 

Sanzen 08/12/2002:

“L’ultima volta abbiamo parlato della Sofferenza: la Sofferenza dentro Zazen è differente dalla sofferenza della vita di tutti i giorni. Perché? Perché la sofferenza dentro Zazen è una sofferenza “in apertura”, che è completamente diversa dalla prima. La nostra sofferenza non si autodetermina: essa nasce dalle circostanze, e soprattutto, dal modo in cui con esse interagiamo e come ad esse reagiamo. Mentre siamo in Zazen interagiamo con le circostanze provando una sofferenza perché compiamo lo sforzo di aprire noi stessi. Differentemente nella vita quotidiana spesso sono le nostre stesse reazioni che determinano la nostra sofferenza.
Un grande Maestro, Yamahoka Tesshu, maestro di spada e di Calligrafia, scrisse la poesia: “Perfetta quando ci sono le nuvole, perfetta quando c’è il sole, la vera essenza della Cima del Monte Fuji non ne è toccata”. Cosa significa questo?
Solo chi si trova in quella condizione, solo chi è lì può dire questo. Questa meravigliosa poesia, infatti, rimane solo uno sfoggio culturale, intellettuale se non ci si trova realmente lì. Bisogna possedere il diritto di pronunciare una frase simile, che sia vera e non solo una affermazione concettuale. Se questa affermazione è vera nel cuore allora la si può pronunciare.
Tesshu fu un grande maestro, la cui Illuminazione fu riconosciuta da i più grandi maestri Zen a lui contemporanei, ed ebbe una vita piena di alti e bassi; fu funzionario dell’Imperatore, eppure ebbe sempre una situazione economica precaria, poiché non dette mai importanza alla fama ed al denaro. Spesso ebbe debiti e visse per molti anni della sua vita in estrema povertà. Nonostante ciò Tesshu esercitava la Compassione su tutti gli esseri viventi, anche animali: aveva infatti salvato dagli accalappiacani dell’epoca, che li uccidevano a bastonate, un grande numero di cani, appendendo al loro collo la targa con su scritto il proprio nome. Ogni giorno, per questi cani c’era del riso. Inoltre Tesshu fu anche un grande Maestro di spada ed un grande Maestro ed artista della Calligrafia. Nell’ultima parte della sua vita si ammalò di cancro allo stomaco, ma fino all’ultimo giorno della sua vita si allenò nella spada, continuò a produrre grandi opere di Calligrafia, e praticò lo zazen intensamente.
Quando, come si dice comunemente, morì, e come si dice nel Buddismo entrò “nell’Eterno Samadhi” si sedette nel loto e anche dopo essere spirato rimase nella posizione. Non cadde, ma rimase nella medesima Postura.
Eppure esiste un livello più alto di quello raggiunto da Tesshu, ed è il livello raggiunto dal Buddha.
Finchè però il nostro Zazen rimarrà disunito dalla nostra vita, non potremmo mai sperimentare tale condizione; anzi fin quando il nostro zazen rimane distaccato dalla nostra esistenza, e non riusciamo a portarlo nella nostra vita di tutti i giorni, finchè la nostra vita ed il nostro Zazen rimangono due cose distinte, ci può essere solo una condizione di sofferenza


Sanzen 26/12/2002:

Daruma, Bodhidarma in sanscrito, Tamo in cinese, Primo Patriarca dello Zen Cinese, diede un insegnamento importantissimo: egli disse che “In Zazen non bisogna sopportare il sopportabile, bisogna sopportare l’insopportabile”. Nella vita di tutti i giorni la gente “normale” sopporta il sopportabile ma non ha pretese certo di diventare un Buddha, un Essere Illuminato. Per chi pratica quindi lo sforzo deve essere di sopportare ciò che non può essere sopportato. Hui- Neng, Sesto patriarca dello Zen, disse che praticare Zazen vuol dire “sedere sulla linea di confine tra la Vita e la Morte”. Dogen Zenji, fondatore dello Zen Soto, ma riconosciuto da tutte le scuole come un grande Maestro Illuminato, dice “sedere nel mezzo del problema”. Rujing, maestro dello stesso Dogen, durante una sesshin di Meditazione profonda, disse allo stesso Dogen una frase, in seguito alla quale Dogen ebbe l’Illuminazione: “Lasciare andare corpo e mente”, in giapponese “Shin Jin Datsu Raku”. Datsu Raku significa lasciar andare lasciar cadere. Quattro Maestri, dunque, che hanno dato in modo diverso lo stesso insegnamento: quello di lasciare l’Io. Quando pratichiamo dobbiamo lasciare cadere Mente e Corpo e non rimanere attaccati al nostro Io Personale: se quando pratichiamo restiamo attaccati alla nostra visione del mondo alla nostra visione di noi stessi e di come ci rappresentiamo e alla nostra visione della realtà non è possibile che il nostro vero Sé si manifesti. Se ci alziamo da Zazen solo perché abbiamo mosso un alluce e abbandoniamo la posizione dobbiamo comprendere che questo è sbagliato, poiché probabilmente poi riportiamo lo stesso atteggiamento anche nella vita quotidiana. Dobbiamo restare seduti, nel mezzo del nostro problema: se riusciamo a farlo continuando a mantenere una corretta posizione formale, è meglio, certo, ma comunque la cosa fondamentale è rimanere in Zazen, proprio così come siamo in quel momento. Allora anche in quella sofferenza del momento ci manifestiamo: in quel momento siamo in quel modo. Questo è molto importante, come anche dice il Maestro Hozumi, fare Zazen con altre persone e manifestare se stessi, anche la propria sofferenza, senza vergognarsi. Certo, quando pratichiamo zazen intensamente capita di provare sofferenza, ma dobbiamo tentare di lasciare il nostro io personale, e questo richiede uno sforzo enorme.
E’ stato Natale in questi giorni: Natale rappresenta la nascita e proprio questa nascita può avvenire anche in Zazen. I pensieri e le fluttuazioni emotive che sentiamo durante lo Zazen sono momenti che nascono si determinano e muoiono: quando penso “come sto bene in Zazen in questo momento” questo è un pensiero che nasce si determina e muore, ma anche quando sento “come sto male ora in Zazen” è un pensiero che nasce si determina e muore; in questa fluttuazione c’è il confine fra vita e morte: le stesse cellule del nostro corpo nascono e muoiono più volte nel corso della nostra esistenza. Anche in seguito quando non sentiamo più fluttuazioni di emozioni e abbiamo delle percezioni, dobbiamo stare molto attenti perché queste percezioni non sono ancora la verità. Durante la prima sesshin parlando dello Spirito di Zazen, Zazenshin, dissi, riportando il primo Koan del Maestro, che è come uno che penzola nel vuoto attaccato con i denti ad un ramo su un dirupo a cui si chieda di parlare: se riesci a parlare dello zazen lasciando il ramo, se riesci a non temere di precipitare nel vuoto allora forse c’è una comprensione dello Spirito dello Zen.

Hozumi Gesho Roshi mentre recita il Sutra "Hannya Shingyo", durante l'inaugurazione del Suikinkutsu

 

Sanzen dello 05/03/03:

durante il sanzen,dopo aver ascoltato una registrazione il Maestro chiede agli allievi cosa sia il suono ascoltato:” E’ un suono che viene prodotto dal cadere di acqua in alcuni particolari pozzi giapponesi che, essendo costruiti con alcune particolari pietre, producono questo suono e il nome di tali pozzi è Suikinkutsu. Il Suikinkutsu era un uso giapponese molto antico che si era andato perdendo, ma che ora è stato ripristinato. L’acqua viene versata sulle pietre e restituisce questo suono di pace. In questo modo l’acqua ritorna alla terra e non viene sprecata neanche una goccia. Questa fontana del Suikinkutsu viene chiamata anche “Arpa Giapponese” per la melodia che produce, ed anche le persone più umili ne possedevano una . Il 1 Marzo è stata inaugurata una simile fontana nel chiostro della Basilica di S. Francesco in Assisi per portare questo suono di pace ella città che è il simbolo della Pace nel mondo. Era presenta anche il maestro Hozumi, promotore di questo evento, che ha recitato dei Sutra ed ha inaugurato il Suikinkutsu. Anni fa, quando praticavo il Misogi con un Maestro di Aikido, lui diceva riguardo alle persone “non c’è umidità”.
Una persona con un cuore “non umido” è secca, arida. Un cuore secco è un cuore depresso, pieno di pensieri di distruzione, prima di tutto verso sé stesso e poi verso gli altri. Solo un cuore arido può avere pensieri e desideri di morte, distruzione e guerra. La vita, invece, viene dall’umidità. Nel corpo di nostra madre, durante la gravidanza, siamo in un ambiente umido e silenzioso e oscuro, come durante Zazen. Un fiore può nascere se l’acqua lo raggiunge e dal seme poi nasce la vita. Ma l’acqua può essere anche una terribile forza distruttiva, come nelle tempeste, quando si scatena nella sua potenza. Così non dobbiamo pensare che la pace sia un subire passivamente gli eventi che ci accadono; come nella Via marziale che seguiamo, è necessario un grande sforzo, perchè la pace va conquistata, e non esiste una pace esterna senza una pace interna. Il cuore dell’uomo, nella sua natura profonda, è umido, è un cuore di pace.

Hozumi Gensho Roshi e il Maestro Tiberti all'esterno della Cattedrale di S. Francesco ad Assisi

 

Sanzen Sesshin di Pasqua: 19-20-21/04/03:

19/04/03:

“Oggi è il primo giorno di questa Sesshin. Per venire qui abbiamo compiuto uno sforzo un sacrificio, quindi usiamo bene questa occasione per praticare. Pasqua significa Resurrezione, Rinascita. Nello zazen questa “rinascita” avviene dentro di noi. Zazen ci aiuta a rinnovare noi stessi ogni volta che pratichiamo ed è importante portare questo spirito di rinnovamento nella vita di tutti i giorni.
Zazen è come una montagna: c’è chi si avvicina alla montagna per la prima volta, la guarda, tenta di capire come sia fatta, e guarda in su per vedere dove è la cima. Poi c’è chi continua e sale più su. Tutto questo va bene, ma c’è un modo di praticare. Esiste la giusta postura, il giusto respiro- come un colpo di clava, si dice, come il muggito di una mucca -, il giusto atteggiamento mentale. Giusto atteggiamento mentale non è cercare di sopportare pensando “Ora passerà, ora passerà”, perché tanto non passerà, ma è concentrarsi sul respiro, pensiero dopo pensiero istante di pensiero dopo istante di pensiero. Questo è il giusto atteggiamento. Esiste la storia di un famoso Maestro che si chiamava Zuikan, il quale era solito chiamare se stesso: "Zuikan"-diceva-" sei lì? Ci sei?" e rispondeva a sè stesso:"Eccomi sono qui!": veniva preso per folle dagli altri ma Zuikan fu invece un Maestro Illuminato e si chiamava per essere presente a sè stesso e ricordare a se stesso di essere presente Qui ed Ora.
Una Sesshin può essere due giorni, tre giorni, cinque giorni anche nove giorni durante cui si pratica intensamente. La parola “Sesshin” deriva dal verbo Setsu- toccare- e Shin- cuore o spirito: Sesshin significa dunque “toccare il cuore”. Ma il cuore umano è una cosa profonda interna non facilmente raggiungibile. Lo Zazen ci aiuta a raggiungere questo cuore e lo fa suonare. Come questa campana (l’Inkhin Gassho, campana usata durante la Sesshin,n.d.r.) il cuore umano se toccato vibra e risuona; ma se non accade mai questo non emetterà mai un suono. In questo modo questa campana non risponderebbe allo scopo per cui è nata, e la sua esistenza sarebbe trascorsa senza avere risuonato: così è per il cuore umano.
Dogen Zenji, grande Maestro dello Zen Soto, diceva “con la mente come un muro, guardare la Realtà delle Cose”. Cosa significa questo? Significa vedere che le cose sono quelle che sono. Le cose sono quelle che sono: sembra un concetto semplice, in realtà è uno dei concetti più difficili da comprendere. Nella fede cristiana questa cosa verrebbe espressa con le parole “Sia fatta la Tua volontà”, nel buddismo si accettano le cose per quelle che sono. Il Maestro Dogen, che a soli otto anni d’età, aveva perso la madre, guardando l’incenso durante la cerimonia funebre, osservò questo incenso che bruciava lentamente, si consumava fino all’ultimo parte, fino a che non rimaneva altra traccia che la cenere. Vedendo il consumarsi di questo incenso Dogen cominciò a meditare sulla Impermanenza- in giapponese “Mujo”- delle cose. Per anni il Maestro Dogen portò avanti la sua ricerca spirituale: prima seguì il Tendai, in seguito il Rinzai, ma non ancora soddisfatto del risultato, decise di partire per la Cina. In Cina trovò il maestro Rujing, della scuola Soto, presso il cui monastero ebbe l’Illuminazione. Una volta tornato in Giappone e fondato il Monastero di Heiei-ji, la gente chiese a Dogen: “Maestro, cos’è che avete riportato dal vostro viaggio in Cina?”, e Dogen rispose: “Niente di speciale: i fiumi sono i fiumi, le montagne sono le montagne”. Questo significa che le cose sono quelle che sono ma se non siamo lì non possiamo vederlo. Anzi, nella normale vita di tutti i giorni non siamo in grado di vedere con chiarezza la realtà. Che cosa è che ci permette di vedere una cosa in maniera chiara? La distanza. La distanza da quella cosa. Immaginiamo di avere una mano quasi attaccata all’occhio: non possiamo vedere con chiarezza la mano perché è troppo vicina e non riusciamo a distinguerla in maniera nitida. La stessa cosa è per quei pensieri e problemi che si muovono mentre pratichiamo: le nostre illusioni- “Bonno” in sanscrito- sono sempre lì attaccate se non riusciamo vederle con distanza.”

21/04/03:

“Oggi terzo giorno della Sesshin: abbiamo compiuto uno sforzo importante. Si dice nello Zen che “tutto l’universo spiega il Dharma Buddista” ed anche si dice che “Tutto l’Universo è l’occhio di un praticante Zen” Cosa vuol dire questo? Vuol dire che in ognuno di noi è presente quella che viene chiamata “Natura di Buddha”: questa natura di Buddha, che è presente in tutti noi, va ritrovata. Si dice nello Zen che “Il fiore è lì: deve solo essere colto”, bisogna solo tendere ed aprire la mano verso ciò che già esiste.”

 

Sanzen del 20/07/03:

“Oggi fa molto caldo ed abbiamo compiuto un grande sforzo. Ma questo caldo che sentiamo è solo una condizione esterna a noi o è anche interna? In realtà secondo lo Zen questo caldo è una condizione sia interna che esterna a noi. Oggi nella sala dello Zendo avete visto un calendario: questo calendario è una opera autografa originale del Maestro Hozumi, e ha quindi un valore inestimabile; nella calligrafia di questo mese, che voi avete visto appesa, c’è scritto: “MIZU KYU NI SHITE TSUKI O NAGASAZU”, che tradotto dal Giapponese significa che, per quanto sia forte la corrente, per quanto l’acqua possa scorrere veloce, non riuscirà mai a portare via il riflesso della luna dall’acqua. Cosa vuol dire questo? L’acqua che scorre veloce, la corrente sono le circostanze esterne a noi e il riflesso della luna è la nostra Vera Natura. L’acqua sappiamo può essere molto potente: può emettere schizzi, creare mulinelli o onde forti ma non riesce mai a portare via con sé questo riflesso. Allora noi dobbiamo compiere uno sforzo puro e capire con questa nostra forma umana, perché è questa nostra forma umana che sente il caldo, è questa nostra forma umana che ha dolore alle ginocchia ed è questa nostra forma umana che interagisce con le circostanze. Allora dobbiamo scegliere se vogliamo essere trasportati via e viaggiare su questa corrente oppure no. Alla fine, come dice il Maestro Hozumi, “si tratta di scegliere se voler ridere o piangere”. Compiendo uno sforzo che sia vero puro e sincero come quello dello Zazen possiamo riuscire a comprendere."

 

Sanzen dello 02/11/03:

"Oggi è un giorno speciale: si commemorano infatti quelli che, si dice, non ci sono più. C'è una storia famosa nello Zen: il Maestro Chien-Yuan, più giovane, ed il Maestro Toa-Wu più anziano, furono invitati ad una Commemorazione di un defunto. Chien-Yuan, allievo di Tao-wu, e che comunque era anche lui un monaco anziano, bussò sulla bara, come per bussare ad una porta, e poi chiese al suo Maestro: "Maestro è morto o è vivo?" e Tao-Wu rispose: "Non dirò vivo, non dirò morto". Chien-Yuan allora chiese di nuovo: "Maestro ma è morto o è vivo?" e Tao -Wu rispose:"Non lo dirò". Alla fine della celebrazione i due maestri andarono via. Lungo la strada il più giovane, che aveva riflettuto circa la risposta ricevuta, chiese nuovamente: "Maestro ditemi: è morto o è vivo" e Tao-Wu rispose "Non lo dirò". Allora Chien-Yuan disse:"Perchè non lo direte?" e Tao-Wu "Non lo dirò". Chien-Yuan disse allora: "Ditemelo Maestro: se non me lo dite vi colpirò". Tao-Wu rispose: "Puoi colpirmi ma non te lo dirò". Il Monaco allora colpì il Maestro. Il Maestro Tao-Wu non reagì e dopo una lunga riflessione gli disse: "Forse è meglio che tu lasci questo Monastero e vada a riflettere da solo o con un'altro Maestro". Così il Monaco fece e quando ebbe trovato nnuovo Maestro- enel frattempo Tao-Wu era morto- e gli ebbe raccontato tutto domandò anche a lui: "Allora ditemi Maestro: quel cadavere era vivo o morto?" ed il Maestro Shih-Shuang gli rispose: "Non dirò vivo non dirò morto" e Chien-Yuang chiese: "Perchè non lo direte?" e Shih-Shuang gli rispose: "Non lo dirò, non lo dirò". Questa volta, nell'udire questa frase Chien-Yuang ebbe una Grande Illuminazione. Eppure era la stessa frase che aveva sentito dal Maestro Tao-Wu. Lasciando aperto questo "caso pubblico", come letteralmente si traduce "Koan", spieghiamo allora come una frase semplice come quella udita da Chien-Yuan, e non per la prima volta, portò ad una Grande Illuminazione. Il punto è che noi interagiamo con le circostanze a secondo del livello di consapevolezza che abbiamo in quel momento. E che cosa è che dà la misura della nostra consapevolezza? La nostra capacità di esistere nel momento presente. I l Maestro Suzuki soleva dire: "Bere il thè è una cosa molto semplice; ma siamo sicuri che il mio bere il thè sia uguale al vostro bere il thè?". Quando facciamo Zazen e compiamo lo sforzo di essere presenti in quel momenti, si muovono emozioni, pensieri, contrazioni muscolari. Questo accade perchè nel nostro Zazen si riflette tutto quello che abbiamo posto in essere, prima dello zazen stesso, nella catena causale della nostra vit: cioè abbiamo compiuto delle scelte che ci hanno fatto provare delle emozioni anzichè altre ed avere alcuni atteggiamneti anzichè altri. Quando pratichiamo dobbiamo recuperare il senso di responsabilità nei confronti della nostra vita. Cosa significa questo? Significa che ogni gesto, ogni emozione, ogni pensiero, ogni azione che compiamo ce lo ritroviamo poi. E queste cose, lo capiamo in Zazen, non sono il nostro vero "Sè", ma delle sovrastrutture che ci allontanano dal nostro Sè Originario. Nello Zen si parla di Sè Originario, ciò che siamo veramente liberi da queste impalcature, che sono, in una sola parola, "Egoismo" o "Mumyo=Ignoranza", che ci ostacolano la corretta percezione della realtà. Citando da un precedente Sanzen (Vedi Sanzen del 19/04/03) ricordiamo la figura del Maestro Zuikan che soleva chiamare se stesso: egli si chiamava dicendo "Zuikan ci sei? Sei presente?" e si rispondeva "Si ci sono eccomi!"; gli altri monaci lo prendevano per pazzo in realtà Zuikan era un grande Maestro illuminato che chiamava se stesso al momento presente, perchè è fondamentale la presenza a sè stessi ed al mondo. Durante le sedute di zazen usiamo prendere il thè. Come abbiamo vosto quando ho citato il Maestro Suzuki, l'atto di bere il Thè, se è compiuto realmente nel momento presente diviene un gesto eterno. Quando siamo all'interno di questo momento presente, esso include l'intero Universo, e pertanto nulla ne è escluso, neppure le "cose". Alcune persone non sanno relazionarsi con le cose e ciò è conseguenza del fatto che costoro pongono se stessi e le cose al di fuori del Presente, e pertanto non sanno entrare in relazione con le cose perchè le vedono altro da sè. Il concetto di "Vuoto", questa parola così altisonante, altro non è che il capire che ogni più piccola molecola del Cosmo è in relazione con me. Gli elettroni ed i protoni degli atomi che compongono questo tatami non sono diversi da quelli che compongono noi e forse erano in altra vita un essere umano, ed hanno una loro dignità. Come si dice nel Cristianesimo:"Polvere sei, polvere ritornerai": quando saremo morti proprio questa polvere, che una volta eravamo noi, sarà calpestata e nessuno saprà che una volta esse costituivano un essere umano. Quando Buddha ebbe l'Illuminazione disse: "Insieme a me tutto l'Universo in questo momento raggiunge l'Illuminazione" e pose una mano sulla Terra, chiamandola a testimone e con un indice puntò il cielo mentre diceva questa frase. Il Vuoto è questa comunione con l?intero Universo. Quando un Maestro Zen tocca le cose lo fa diversamente da una persona normale, perchè per lui sono "vive". Un famoso Maestro diceva che quando veniva battuto il "pesce di legno" (strumento dei monasteri con cui si richiamano gli studenti) sentiva dolore. ma non si può barare su questo piano: o sei lì o non sei lì. Quindi se durante la pratica capiamo di avere questo atteggiamento negativo smettiamola di raccontarci favole e lavoriamo duramente: se la voriamo duramente il risultato arriverà ed è giusto che arrivi in questa vita presente che è irripetibile. Quindi in questa giornata particolare la Pratica ci richiama alla nostra vita, e questo perchè questa esistenza fenomenica è transitoria. Noi non possiamo mai tornare ad essere quelli che siamo ora perfettamente, precisamente, la stessa persona con le stesse caratteristiche di ora. Perciò zazen è alla fine il più profondo senso di responsabilità che noi possiamo avere nei confronti della nostra vita. Lo sforzo che compiamo è lo stesso sforzo compiuto dal Buddha e dai Patriarchi e questo sfrozo conferisce dignità alla nostra Pratica. In questo senso questo sforzo, attraverso il quale diamo dignità a ciò che esiste, è sacro."



 

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