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Il Maestro Tiberti in Zazen
Ricordo
che il Maestro, qualche anno fa, non mi diede il placet per fare Zazen.
Mi permetto di ripetere una sua frase che mi sforzo di rammentare sempre:
"Nessuno può sedere in Zazen al vostro posto".
SANZEN DELLA SESSHIN DI PASQUA 2002 Seconda giornata durante Sarei (cerimonia del tè, n.d.r.): "La qualità del nostro zazen la possiamo vedere quando ci "muoviamo" e nel modo in cui ci "muoviamo" "- ("muoviamo" inteso come modalità globale ed integrata di espressione del complesso Energia- Mente- Corpo nell'esistenza quotidiana, n.d.r.) Terza
ed ultima giornata: "Oggi ultimo giorno della sesshin: in questi
tre giorni abbiamo compiuto uno sforzo, non è cosa da poco.
SANZEN DELLO 09/06/2002 "L'ideogramma simboleggiante lo Zazen rappresenta due uomini seduti su un cuore. Chi sono questi due uomini? Sono Io ed Io. Rinzai, fondatore della nostra scuola, parlava di Uomo Vero senza Titoli. Chi è questo Uomo Vero senza Titoli, che è seduto su questa massa di carne e sangue rossi? Gli allievi non capivano, allora Rinzai emetteva il suo "Kwats" (Kiai del Maestro, n.d.r.): "Capite-diceva-,sentite ora?".
Ventaglio con trascrizione in Ideogrammi del Hridaya-Sutra o PrajnaParamita-Sutra, donato a Gianfranco Tiberti dal suo primo Maestro, Okayama Sensei, durante il suo viaggio in Giappone. Questa versione del Hridaya-Sutra consta di moltissimi ideogrammi e rappresenta il compendio di 600 Libri. E' il Sutra più importante dello Zen: in italiano, "Sutra del Cuore della Saggezza Suprema".
SANZEN DELLA SESSHIN DELLO 01-02-03/11/2002
Sanzen 01/11/2002: "Oggi primo giorno della Sesshin. Non è stato facile venire qui: ci siamo dovuti organizzare, spostare delle cose per il lavoro, chiedere dei permessi, o dei favori. Allora utilizziamo bene questo tempo per praticare."
Sanzen 02/11/02 durante "Sarei": "Nella cerimonia del tè esistono dei principi fondamentali: Kei, Rei, Jaku, Wa. “Wa”: Armonia lo stesso kanji presente nello stile Wadoryu del Maestro Otzuka. Questa condizione di Armonia, che durante Zazen ci riesce più facile ritrovare, dovremmo sforzarci di portarla nella vita. Perché quando siamo in Zazen diviene più facile poi muoversi in maniera naturale? Lo stesso gusto del tè che prendiamo in Sarei è diverso da un normale tè che berremmo nella vita di tutti i giorni: questo perché l’esperienza di Zazen porta verso la pienezza dell’Esistenza e dunque ci immergiamo, anche nel bere il tè, completamente in quello che stiamo facendo. Se una persona è “disunita” non può essere realmente in grado di vivere una esperienza immergendosi totalmente in essa. Zazen ci manda verso una condizione di naturalezza e di armonia. Pensiamo invece, ad esempio, come nella vita di tutti i giorni proprio situazioni in cui si condivide una esperienza insieme, come lo stare a tavola, sono spesso occasioni di lite: molte persone litigano e “discutono” a tavola; tutto questo è molto triste. Allora noi dobbiamo prima imparare a ritrovare questa condizione di armonia nella Pratica, e poi portarla nella vita di tutti i giorni. Il Maestro Suzuki Shunryu diceva “Fare un buon Pane”: per fare un buon pane serve una giusta dose di farina, di acqua, l’uomo che faccia l’impasto, il giusto grado di lievitazione e di cottura nel forno. Se mancano gli ingredienti, non sarà possibile fare il pane, se non seguiamo attentamente ogni fase il pane verrà ma non sarà buono. Originariamente una condizione di armonia nella nostra mente c’è, è già presente, ma, pur essendo già presente, dobbiamo paradossalmente ristabilirla. Quindi possiamo vedere quante cose possiamo imparare anche da una cosa apparentemente piccola come servire il tè.”
Sanzen 03/11/2002: “Esiste una parola in sanscrito “Karma” e letteralmente vuol dire “Legge Causale di retribuzione”. Questo concetto esiste nella cultura indiana già prima del Buddismo. Vuol dire che ogni atto che compiamo produce un effetto. Questa legge, che è anche una legge della Fisica, che scientificamente così bene accettiamo, molto più faticosamente l’accettiamo per la nostra vita spirituale. Zazen ci porta a vedere questa legge: per un pensiero buono ne derivano infiniti pensieri buoni, per un pensiero cattivo ne derivano infiniti pensieri cattivi. Così un atteggiamento negativo può generare tutta una serie di effetti, e così uno positivo. La legge del Karma ci insegna che nessuna cosa è disgiunta da un’altra. La Pratica di Zazen ci mette davanti al nostro Karma. Come sappiamo Zazen ha come simbolo un ideogramma con 2 uomini seduti su di un cuore, che sono letteralmente “Io ed Io”: possiamo vedere, grazie a Zazen, la nostra parte buona e la nostra parte cattiva. Possiamo guardare in faccia la nostra sofferenza. Certamente, ad esempio, il nostro Karma positivo risiede nel fatto di poter essere qui ed avere la possibilità di esperire questa pratica, e ricevere questo insegnamento. Per quanto riguarda la nostra parte negativa, quando la osserviamo, dobbiamo avere la forza di cambiarla. Per comprendere il Karma dobbiamo capire che l’Intercorrelazione tra le Cose: intercorrelazione significa che tutte le cose sono concatenate tra loro, e poiché è così significa che tutte le cose sono vuote; ma occorre comprendere che il concetto di “Vuoto” non significa che non c’è niente. Un giorno il Maestro Hozumi prese un fiore e mostrandolo mi disse: “Questo fiore sboccia dal Vuoto”. La vita stessa viene dal vuoto. Si dice nello Zen: “Dal Vuoto l’Essere Mirabile appare”. Quindi il “Vuoto” è la condizione per cui le cose vengono ad esistere. Poiché esiste il Vuoto voi potete udirmi mentre vi parlo, potete vedere la mia mano se la muovo: questo è “I-Shin-den-Shin”. Nello Zen si parla di Mente Coraggiosa: la Mente Coraggiosa è quella che vede questa negatività in faccia, direttamente e la cambia, agendo risolutamente, senza esitazioni. Non si deve pensare alla sofferenza che proviamo in Zazen come ad una “Automortificazione”; lo Zazen non è questo. Vi leggerò ora poche righe, che furono scritte dal Buddha: “Ma la Sofferenza è solo un aspetto dell’esistenza. Se rimanete nella gabbia della vostra sofferenza non vedrete mai la bellezza del vostro cuore, la bellezza del vostro corpo. Illustri Ospiti, prendetevi un momento”- il momento di cui parla Buddha è Qui ed Ora- “per guardare un ruscello, o i petali dorati di un fiore, o i raggi del sole del primo mattino.”- Lo sguardo del Buddha è uno sguardo infinito, eterno- “Se siete chiusi nella vostra prigione non riuscirete a guardare il mondo con meraviglia, ma per voi vi sarà solo ansia, depressione, sofferenza”. Dunque se siamo chiusi in questa gabbia di cui parla il Buddha, non possiamo provare meraviglia, o gratitudine nei confronti della vita. Il senso ultimo dello Zazen non è soffrire. Venire qui, sedersi, e poi sedere correttamente: è questo; non possiamo pensare “questo dolore finirà” oppure “ora non riesco, lo farò un’altra volta”: questo è attaccamento! Qui ed ora è l’eternità. Non esiste un altro momento diverso dall’ora. Non c’è una occasione simile ad ora. Del resto non potremmo provare una sofferenza che non esista già a priori. E allora vediamo, con questa Mente Coraggiosa, il nostro Karma. Vediamo in questi giorni i terremoti e le sofferenze di quelle persone coinvolte e ci diciamo: “Questo non è giusto; per avere acquisito una piccola briciola di conoscenza ci sentiamo in diritto di sentirci costernati di fronte all’esistenza. L’atteggiamento giusto non è questo, o addirittura un meschino dirsi: “per fortuna non è toccata a me”. Giusto è dire: “Io sono vivo! In che modo dimostro la mia gratitudine per il fatto di esistere?” In che modo siamo grati di essere vivi? Un famoso Maestro, una volta, alla domanda su cosa fosse la gratitudine rispose: “Sedere tutto solo nel mio Tempio”. Questa risposta potrebbe sembrare apparentemente una posizione di egoismo, ma non lo è affatto. Ciò a cui si riferiva quel Maestro era la gratitudine per avere avuto la enorme possibilità di Praticare. La posizione che occupiamo infatti nella vita è legata al karma, e se esso crea le condizioni perché noi possiamo praticare, dobbiamo essere molto grati. Finchè, però, rimaniamo, come dice il Buddha, ingabbiati nella prigione del nostro Io, non lo saremo. Se vuole piovere, piove, se la Terra vuole tremare, trema e se il nostro cuore vuol battere, lo fa, se vuole fermarsi, si ferma. Un giorno il Maestro Daisetz Teitaro Suzuki, trovandosi a Los Angeles per una conferenza, dove le più grandi menti scientifiche dell’epoca si confrontavano sui Massimi Sistemi, intervenne dicendo: “Se ora, solo per qualche secondo, la Terra tremasse forte, che fine farebbero i vostri massimi sistemi?”. E’ l’Oceano della realtà: è insondabile e molto misteriosa la Realtà dell’esistenza. La nostra Esistenza Fenomenica non è eterna e noi dobbiamo essere grati di poter esistere in questa forma umana: è questa forma umana che ci dà la possibilità di capire. Dentro di noi esiste una capacità “autoriflettente”, cioè in quanto essere umani siamo in grado di essere speculari rispetto ciò che avviene dentro e fuori di noi. Il Maestro Hozumi dice: “We have a mirror”, possediamo cioè uno “specchio interno”, tramite il quale abbiamo la capacità di comprendere.”
Sanzen 08/12/2002: “L’ultima
volta abbiamo parlato della Sofferenza: la Sofferenza dentro Zazen è
differente dalla sofferenza della vita di tutti i giorni. Perché?
Perché la sofferenza dentro Zazen è una sofferenza “in
apertura”, che è completamente diversa dalla prima. La nostra
sofferenza non si autodetermina: essa nasce dalle circostanze, e soprattutto,
dal modo in cui con esse interagiamo e come ad esse reagiamo. Mentre siamo
in Zazen interagiamo con le circostanze provando una sofferenza perché
compiamo lo sforzo di aprire noi stessi. Differentemente nella vita quotidiana
spesso sono le nostre stesse reazioni che determinano la nostra sofferenza.
Daruma, Bodhidarma
in sanscrito, Tamo in cinese, Primo Patriarca dello Zen Cinese, diede
un insegnamento importantissimo: egli disse che “In Zazen non bisogna
sopportare il sopportabile, bisogna sopportare l’insopportabile”.
Nella vita di tutti i giorni la gente “normale” sopporta il
sopportabile ma non ha pretese certo di diventare un Buddha, un Essere
Illuminato. Per chi pratica quindi lo sforzo deve essere di sopportare
ciò che non può essere sopportato. Hui- Neng, Sesto patriarca
dello Zen, disse che praticare Zazen vuol dire “sedere sulla linea
di confine tra la Vita e la Morte”. Dogen Zenji, fondatore dello
Zen Soto, ma riconosciuto da tutte le scuole come un grande Maestro Illuminato,
dice “sedere nel mezzo del problema”. Rujing, maestro dello
stesso Dogen, durante una sesshin di Meditazione profonda, disse allo
stesso Dogen una frase, in seguito alla quale Dogen ebbe l’Illuminazione:
“Lasciare andare corpo e mente”, in giapponese “Shin
Jin Datsu Raku”. Datsu Raku significa lasciar andare lasciar cadere.
Quattro Maestri, dunque, che hanno dato in modo diverso lo stesso insegnamento:
quello di lasciare l’Io. Quando pratichiamo dobbiamo lasciare cadere
Mente e Corpo e non rimanere attaccati al nostro Io Personale: se quando
pratichiamo restiamo attaccati alla nostra visione del mondo alla nostra
visione di noi stessi e di come ci rappresentiamo e alla nostra visione
della realtà non è possibile che il nostro vero Sé
si manifesti. Se ci alziamo da Zazen solo perché abbiamo mosso
un alluce e abbandoniamo la posizione dobbiamo comprendere che questo
è sbagliato, poiché probabilmente poi riportiamo lo stesso
atteggiamento anche nella vita quotidiana. Dobbiamo restare seduti, nel
mezzo del nostro problema: se riusciamo a farlo continuando a mantenere
una corretta posizione formale, è meglio, certo, ma comunque la
cosa fondamentale è rimanere in Zazen, proprio così come
siamo in quel momento. Allora anche in quella sofferenza del momento ci
manifestiamo: in quel momento siamo in quel modo. Questo è molto
importante, come anche dice il Maestro Hozumi, fare Zazen con altre persone
e manifestare se stessi, anche la propria sofferenza, senza vergognarsi.
Certo, quando pratichiamo zazen intensamente capita di provare sofferenza,
ma dobbiamo tentare di lasciare il nostro io personale, e questo richiede
uno sforzo enorme.
Hozumi Gesho Roshi mentre recita il Sutra "Hannya Shingyo", durante l'inaugurazione del Suikinkutsu
Sanzen dello 05/03/03: durante il
sanzen,dopo aver ascoltato una registrazione il Maestro chiede agli allievi
cosa sia il suono ascoltato:” E’ un suono che viene prodotto
dal cadere di acqua in alcuni particolari pozzi giapponesi che, essendo
costruiti con alcune particolari pietre, producono questo suono e il nome
di tali pozzi è Suikinkutsu. Il Suikinkutsu era un uso giapponese
molto antico che si era andato perdendo, ma che ora è stato ripristinato.
L’acqua viene versata sulle pietre e restituisce questo suono di
pace. In questo modo l’acqua ritorna alla terra e non viene sprecata
neanche una goccia. Questa fontana del Suikinkutsu viene chiamata anche
“Arpa Giapponese” per la melodia che produce, ed anche le
persone più umili ne possedevano una . Il 1 Marzo è stata
inaugurata una simile fontana nel chiostro della Basilica di S. Francesco
in Assisi per portare questo suono di pace ella città che è
il simbolo della Pace nel mondo. Era presenta anche il maestro Hozumi,
promotore di questo evento, che ha recitato dei Sutra ed ha inaugurato
il Suikinkutsu. Anni fa, quando praticavo il Misogi con un Maestro di
Aikido, lui diceva riguardo alle persone “non c’è umidità”.
Hozumi
Gensho Roshi e il Maestro Tiberti all'esterno della Cattedrale di S. Francesco
ad Assisi
Sanzen Sesshin di Pasqua: 19-20-21/04/03: 19/04/03: “Oggi
è il primo giorno di questa Sesshin. Per venire qui abbiamo compiuto
uno sforzo un sacrificio, quindi usiamo bene questa occasione per praticare.
Pasqua significa Resurrezione, Rinascita. Nello zazen questa “rinascita”
avviene dentro di noi. Zazen ci aiuta a rinnovare noi stessi ogni volta
che pratichiamo ed è importante portare questo spirito di rinnovamento
nella vita di tutti i giorni. 21/04/03: “Oggi terzo giorno della Sesshin: abbiamo compiuto uno sforzo importante. Si dice nello Zen che “tutto l’universo spiega il Dharma Buddista” ed anche si dice che “Tutto l’Universo è l’occhio di un praticante Zen” Cosa vuol dire questo? Vuol dire che in ognuno di noi è presente quella che viene chiamata “Natura di Buddha”: questa natura di Buddha, che è presente in tutti noi, va ritrovata. Si dice nello Zen che “Il fiore è lì: deve solo essere colto”, bisogna solo tendere ed aprire la mano verso ciò che già esiste.”
Sanzen del 20/07/03: “Oggi fa molto caldo ed abbiamo compiuto un grande sforzo. Ma questo caldo che sentiamo è solo una condizione esterna a noi o è anche interna? In realtà secondo lo Zen questo caldo è una condizione sia interna che esterna a noi. Oggi nella sala dello Zendo avete visto un calendario: questo calendario è una opera autografa originale del Maestro Hozumi, e ha quindi un valore inestimabile; nella calligrafia di questo mese, che voi avete visto appesa, c’è scritto: “MIZU KYU NI SHITE TSUKI O NAGASAZU”, che tradotto dal Giapponese significa che, per quanto sia forte la corrente, per quanto l’acqua possa scorrere veloce, non riuscirà mai a portare via il riflesso della luna dall’acqua. Cosa vuol dire questo? L’acqua che scorre veloce, la corrente sono le circostanze esterne a noi e il riflesso della luna è la nostra Vera Natura. L’acqua sappiamo può essere molto potente: può emettere schizzi, creare mulinelli o onde forti ma non riesce mai a portare via con sé questo riflesso. Allora noi dobbiamo compiere uno sforzo puro e capire con questa nostra forma umana, perché è questa nostra forma umana che sente il caldo, è questa nostra forma umana che ha dolore alle ginocchia ed è questa nostra forma umana che interagisce con le circostanze. Allora dobbiamo scegliere se vogliamo essere trasportati via e viaggiare su questa corrente oppure no. Alla fine, come dice il Maestro Hozumi, “si tratta di scegliere se voler ridere o piangere”. Compiendo uno sforzo che sia vero puro e sincero come quello dello Zazen possiamo riuscire a comprendere."
Sanzen dello 02/11/03: "Oggi è un giorno speciale: si commemorano infatti quelli che, si dice, non ci sono più. C'è una storia famosa nello Zen: il Maestro Chien-Yuan, più giovane, ed il Maestro Toa-Wu più anziano, furono invitati ad una Commemorazione di un defunto. Chien-Yuan, allievo di Tao-wu, e che comunque era anche lui un monaco anziano, bussò sulla bara, come per bussare ad una porta, e poi chiese al suo Maestro: "Maestro è morto o è vivo?" e Tao-Wu rispose: "Non dirò vivo, non dirò morto". Chien-Yuan allora chiese di nuovo: "Maestro ma è morto o è vivo?" e Tao -Wu rispose:"Non lo dirò". Alla fine della celebrazione i due maestri andarono via. Lungo la strada il più giovane, che aveva riflettuto circa la risposta ricevuta, chiese nuovamente: "Maestro ditemi: è morto o è vivo" e Tao-Wu rispose "Non lo dirò". Allora Chien-Yuan disse:"Perchè non lo direte?" e Tao-Wu "Non lo dirò". Chien-Yuan disse allora: "Ditemelo Maestro: se non me lo dite vi colpirò". Tao-Wu rispose: "Puoi colpirmi ma non te lo dirò". Il Monaco allora colpì il Maestro. Il Maestro Tao-Wu non reagì e dopo una lunga riflessione gli disse: "Forse è meglio che tu lasci questo Monastero e vada a riflettere da solo o con un'altro Maestro". Così il Monaco fece e quando ebbe trovato nnuovo Maestro- enel frattempo Tao-Wu era morto- e gli ebbe raccontato tutto domandò anche a lui: "Allora ditemi Maestro: quel cadavere era vivo o morto?" ed il Maestro Shih-Shuang gli rispose: "Non dirò vivo non dirò morto" e Chien-Yuang chiese: "Perchè non lo direte?" e Shih-Shuang gli rispose: "Non lo dirò, non lo dirò". Questa volta, nell'udire questa frase Chien-Yuang ebbe una Grande Illuminazione. Eppure era la stessa frase che aveva sentito dal Maestro Tao-Wu. Lasciando aperto questo "caso pubblico", come letteralmente si traduce "Koan", spieghiamo allora come una frase semplice come quella udita da Chien-Yuan, e non per la prima volta, portò ad una Grande Illuminazione. Il punto è che noi interagiamo con le circostanze a secondo del livello di consapevolezza che abbiamo in quel momento. E che cosa è che dà la misura della nostra consapevolezza? La nostra capacità di esistere nel momento presente. I l Maestro Suzuki soleva dire: "Bere il thè è una cosa molto semplice; ma siamo sicuri che il mio bere il thè sia uguale al vostro bere il thè?". Quando facciamo Zazen e compiamo lo sforzo di essere presenti in quel momenti, si muovono emozioni, pensieri, contrazioni muscolari. Questo accade perchè nel nostro Zazen si riflette tutto quello che abbiamo posto in essere, prima dello zazen stesso, nella catena causale della nostra vit: cioè abbiamo compiuto delle scelte che ci hanno fatto provare delle emozioni anzichè altre ed avere alcuni atteggiamneti anzichè altri. Quando pratichiamo dobbiamo recuperare il senso di responsabilità nei confronti della nostra vita. Cosa significa questo? Significa che ogni gesto, ogni emozione, ogni pensiero, ogni azione che compiamo ce lo ritroviamo poi. E queste cose, lo capiamo in Zazen, non sono il nostro vero "Sè", ma delle sovrastrutture che ci allontanano dal nostro Sè Originario. Nello Zen si parla di Sè Originario, ciò che siamo veramente liberi da queste impalcature, che sono, in una sola parola, "Egoismo" o "Mumyo=Ignoranza", che ci ostacolano la corretta percezione della realtà. Citando da un precedente Sanzen (Vedi Sanzen del 19/04/03) ricordiamo la figura del Maestro Zuikan che soleva chiamare se stesso: egli si chiamava dicendo "Zuikan ci sei? Sei presente?" e si rispondeva "Si ci sono eccomi!"; gli altri monaci lo prendevano per pazzo in realtà Zuikan era un grande Maestro illuminato che chiamava se stesso al momento presente, perchè è fondamentale la presenza a sè stessi ed al mondo. Durante le sedute di zazen usiamo prendere il thè. Come abbiamo vosto quando ho citato il Maestro Suzuki, l'atto di bere il Thè, se è compiuto realmente nel momento presente diviene un gesto eterno. Quando siamo all'interno di questo momento presente, esso include l'intero Universo, e pertanto nulla ne è escluso, neppure le "cose". Alcune persone non sanno relazionarsi con le cose e ciò è conseguenza del fatto che costoro pongono se stessi e le cose al di fuori del Presente, e pertanto non sanno entrare in relazione con le cose perchè le vedono altro da sè. Il concetto di "Vuoto", questa parola così altisonante, altro non è che il capire che ogni più piccola molecola del Cosmo è in relazione con me. Gli elettroni ed i protoni degli atomi che compongono questo tatami non sono diversi da quelli che compongono noi e forse erano in altra vita un essere umano, ed hanno una loro dignità. Come si dice nel Cristianesimo:"Polvere sei, polvere ritornerai": quando saremo morti proprio questa polvere, che una volta eravamo noi, sarà calpestata e nessuno saprà che una volta esse costituivano un essere umano. Quando Buddha ebbe l'Illuminazione disse: "Insieme a me tutto l'Universo in questo momento raggiunge l'Illuminazione" e pose una mano sulla Terra, chiamandola a testimone e con un indice puntò il cielo mentre diceva questa frase. Il Vuoto è questa comunione con l?intero Universo. Quando un Maestro Zen tocca le cose lo fa diversamente da una persona normale, perchè per lui sono "vive". Un famoso Maestro diceva che quando veniva battuto il "pesce di legno" (strumento dei monasteri con cui si richiamano gli studenti) sentiva dolore. ma non si può barare su questo piano: o sei lì o non sei lì. Quindi se durante la pratica capiamo di avere questo atteggiamento negativo smettiamola di raccontarci favole e lavoriamo duramente: se la voriamo duramente il risultato arriverà ed è giusto che arrivi in questa vita presente che è irripetibile. Quindi in questa giornata particolare la Pratica ci richiama alla nostra vita, e questo perchè questa esistenza fenomenica è transitoria. Noi non possiamo mai tornare ad essere quelli che siamo ora perfettamente, precisamente, la stessa persona con le stesse caratteristiche di ora. Perciò zazen è alla fine il più profondo senso di responsabilità che noi possiamo avere nei confronti della nostra vita. Lo sforzo che compiamo è lo stesso sforzo compiuto dal Buddha e dai Patriarchi e questo sfrozo conferisce dignità alla nostra Pratica. In questo senso questo sforzo, attraverso il quale diamo dignità a ciò che esiste, è sacro."
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