D. :"Conseguire la liberazione non può avere come conseguenza la sofferenza di chi ci è vicino?"

R. :"Noi abbiamo sempre il timore di far soffrire gli altri ed è giusto , ma dobbiamo capire che la vera liberazione non fa soffrire gli altri. Quando noi pensiamo alla liberazione, per una serie di riflessi psicologici siamo portati a pensare che la liberazione sia un momento di egoismo, ma non è così. Buddha, liberando se stesso, ha tolto intere generazioni, (così come Cristo) da quando si è manifestato ad oggi, dalla sofferenza, quindi ha portato pace, amore, benessere. Quindi quello che bisogna fare è un pò allargare i limiti dell'Io, amplificare il quotidiano. Se è un piccolo Io vive un piccolo quotidiano, se è un grande Io vive un grande quotidiano. Prima ho spiegato il concetto di "Ikki", cioè mettere tutto se stessi in una cosa. Dicevo che molte volte noi viviamo senza vivere, questo è il vero limite dell'esistenza. Se quando noi amiamo una persona l'amassimo veramente, allora sarebbe veramente una bella cosa, ma per fare questo il nostro Io deve essere grande, espanso, non ci deve più essere; cioè, ci deve essere soltanto una manifestazione libera di quello che noi siamo, questa è il nostro vero obiettivo. Se arriviamo a questo non può esserci sofferenza, nè in noi nè negli altri. Se la sofferenza c'è, c'è prima, nella ricerca. La sofferenza c'è comunque ma è una sofferenza fine a se stessa cioè la sofferenza della persona che si macera nella consapevolezza dell'inadeguatezza della propria vita, ma che non fa nulla per superare questa condizione, e, comunque, questa consapevolezza negativa di sè si riflette sugli altri proprio quando noi desidereremmo che questo non avvenisse, avviene ancora di più e ci mancano a questo punto i mezzi e gli strumenti per impedire che questo avvenga. Se testimoniamo la realtà della nostra esistenza questa ha di per sè un contenuto sociale ed anche un contenuto politico."

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