D. :"La meditazione conduce ad una forma, per così dire, di appagamento?"

R. :"C'è un modo di fare meditazione che serve per stare meglio; è un pò come prendere la medicina e allora tutti i giorni cinque minuti, allargare la mente, guardare il respiro, sicuramente questo fa bene alla salute della mente e del corpo, e dà questo appagamento, però non è qualcosa di molto diverso, per esempio, dal training-autogeno. Ci sono delle tecniche che servono per stare meglio, per integrarsi meglio dal punto di vista psico-fisico. Però l'appagamento di cui si parla nello Zen, o in generale nelle dottrine esoteriche, è una cosa diversa, è una cosa che si può raggiungere ma anche non raggiungere, e ci può volere una vita intera e sforzo, sacrificio ed impegno. Molto spesso anzi, i Maestri passano attraverso delle crisi molto forti e per questo la loro ricerca avviene in templi e monasteri, dove possono essere assistiti da altri Maestri. Sicuramente uno degli effetti della meditazione è quello di avere un migliore appagamento. Sono tante dimensioni che sono intercomunicanti fra loro. Esiste una dimensione che è quella dell'inconscio psicologico con la quale la meditazione Zen fa i conti, ma poi va oltre; andare o non andare oltre dipende da noi. Se io ora chiudo gli occhi e guardo dentro pian piano emergono delle cose, vivo i pensieri, sento le emozioni, le sensazioni, prendo coscienza dei sentimenti, delle cose che mi attraversano. Qui siamo nell'inconscio psicologico ancora, man mano che questo si placa diventa sempre più profondo e alla fine diventa l'Inconscio che i Buddhisti scrivono con la I maiuscola, non è più quello psicologico. Qui il discorso diventa difficile; i Maestri dicono "guardare nell'abisso dell'esistenza", bisogna pensarci un attimo prima, però quando arriviamo lì siamo già abbastanza forti e comunque se facciamo i conti con il mondodel nostro Io individuale e riusciamo a capire quali sono le modalità attraverso le quali l'Io funziona e si esprime, sicuramente stiamo molto meglio perchè con questo Io ci facciamo i conti per tutta la vita."

D. :"Cosa vuol dire Pranayama? Che rapporto c'è fra il respiro dello Zen ed il Pranayama?"

R. :"Pranayama significa questo: Prana=energia vitale respiratoria; Yama vuol dire estensione, dilatazione, quindi Pranayama è l'estensione del prana, cioè della capacità energetica connessa con il respiro dell'individuo. E' una terminologia Yoga e nel Pranayama esistono una miriade di tecniche che comprendono i tempi di ritensione del respiro, a polmoni pieni, a polmoni vuoti, ci sono delle contrazioni di alcuni centri complessi. Il Pranayama, se fatto senza la guida di un Maestro può essere molto pericoloso perchè appunto comprende delle tecniche molto forti per il sistema nervoso e per la psiche. Io ho studiato anche Yoga e l'insegno, come complemento però. La dinamica del respiro nello Zen è diversa, allora lo Zen è un pò il superamento della tecnica, è la presa di coscienza dei meccanismi naturali, allora mentre lo Yoga ricorre a tutta una serie di artifici, per così dire, nel senso buono del termine, nel senso che sfrutta la conoscenza del corpo umano che aveva la medicina (la Ayurvedica, la tibetana) per portare al massimo livello la capacità della coscienza di interagire con i meccanismi energetici del corpo umano connessi al respiro, lo Zen salta tutto e dice, "lascia stare, siedi e guarda il tuo respiro" va bene così, non serve altro e non è poco, tanto è vero che nello Yoga questa forma di Pranayama esiste ed è considerato il livello più alto della meditazione. Gli Yogin prima passavano attraverso tutte le altre fasi del Pranayama, poi arrivavano al Dyana e al samadi, che erano le forme più alte in cui non si praticava più la ritenzione del respiro, le varie forme di apnea, ma semplicemente si lasciava andare il respiro e si consentiva alla mente di fondersi con lo spirito."

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